La riflessione

LA RIFLESSIONE Un ‘Doppio taglio’ che si rimargina cambiando il punto di vista

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Sergio Gessi
16 febbraio 2015

Cambiare il punto di vista. E’ questo il monito più forte sortito dal potente spettacolo “Doppio taglio” messo in scena venerdì sera al teatro Off (leggi la nostra recensione). Degli stravolgenti effetti sulla comprensione determinati dalla mutazione dell’angolo visuale in letteratura è maestro Pirandello, in sociologia Goffman. Il professor Keating (quello dell’Attimo fuggente, magistralmente interpretato dal compianto Robin Williams) lo insegnava ai suoi ragazzi: guardando il mondo da un’altra prospettiva cambia la percezione, cambia il senso delle cose, cambia la realtà, cioè quell’idea che ci facciamo del mondo e che impropriamente chiamiamo verità.
Così è anche per la violenza che tragicamente si consuma ogni giorno sulle donne, vista, analizzata, fotografata, scandagliata dalla stampa sempre nella considerazione della donna-vittima guardata dal punto di osservazione del carnefice. E questo che testimonia la ricchissima documentazione antologica di testi giornalistici serviti da base per lo spettacolo teatrale allestito da Marina Senesi sulla scorta del certosino lavoro svolto dalla ricercatrice Cristina Gamberi.
il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

il dibattito dopo lo spettacolo Doppio Taglio (foto di Giorgia Mazzotti)

‘Cambiare la prospettiva’ in questo caso vale in prima istanza come esortazione agli operatori dell’informazione e anche come linea di condotta da seguire per le prossime attività formative rivolte ai giornalisti stessi. Erano loro i destinatari privilegiati dello spettacolo di venerdì, non solo perché è il loro lavoro che ha originato la stesura del testo, ma perché la rappresentazione rientrava nel novero delle attività di aggiornamento professionale da un paio d’anni rese obbligatorie per la categoria.
Il ricorso a una modalità di comunicazione non tradizionale ha costituito una riuscita innovazione rispetto ai canoni usuali. Raramente, nei precedenti incontri, si era registrata tanta partecipe attenzione: il messaggio teatrale ha una forza di coinvolgimento superiore a una comunicazione ordinaria: così il pubblico dei giornalisti ha riguardato il proprio lavoro allo specchio scoprendo ciò che nel trantran quotidiano normalmente non si individua come peccato di superficialità: l’essere schiavo di stereotipi.
È stato utile a tutti questo spettacolo. E potrà contribuire a migliore la qualità dei nostri giornali se aumenterà la sensibilità di chi li scrive. L’auspicio è che possa entrare anche nelle scuole, per fungere da antidoto con cui vaccinare le nuove generazioni. E al contempo la speranza è che questo riuscito esperimento induca l’Ordine dei giornalisti a contemplare fra le sue attività formative – in via continuativa e non estemporanea – anche iniziative con modalità di comunicazione originali ed eterodosse come questa.

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